il salto

C’erano una volta una donna e una bambina. Camminavano insieme tenendosi per mano e la loro disinvoltura lasciava intuire una complicità non comune. Si somigliavano tra loro, ma non davano l’impressione di essere madre e figlia e nemmeno sorelle. Ad osservarle con occhio chirurgico potevano sembrare due amiche, nonostante l’evidente differenza d’età. Camminavano mano nella mano alternando momenti di silenzio a lunghe e talvolta animate conversazioni, incorniciate ai lati dai gesti frenetici delle mani libere.

Le si potevano vedere insieme al supermercato dibattere su ogni prodotto, o sedute su una panchina al parco a commentare ridendo di nascosto tutti i passanti. Nei giorni di festa stavano alzate fino a tardi inventando futuri improbabili e luoghi ancora da esplorare.

Capitava che le due generazioni si ferissero accidentalmente: la bambina non aveva l’esperienza di un’adulta e l’adulta doveva imporre dei limiti, seppur controvoglia. Pertanto, quando non trovavano un accordo, le discussioni morivano in un imbronciato e reciproco mutismo. La piccola dava sempre il meglio di sé per farsi ascoltare: tirava indietro con la mano, puntava i piedi, si abbandonava a peso morto sul marciapiede e la donna doveva trascinarla come un sacco di patate ignorando le lamentele infantili. Certo, comprendeva la determinazione della bambina, ma non sempre poteva accontentarla. A volte erano richieste semplici – un gelato, un libro, un vestito nuovo – ma non poteva di certo stravolgere la sua vita per quegli atti di insensata ribellione.

– Devo andare a lavorare adesso, cerca di non essere inopportuna.

– Ti fa schifo lavorare andiamo via dai…

– Tesoro servono i soldi per andare via, devo guadagnarli.

– Sì ma serve anche il tempo e quello lo stai perdendo…

E come darle torto? Come spiegare a una bambina che la vita ad un certo punto è un onesto compromesso tra ciò che vuoi e ciò che puoi?

La aveva accontentata in passato e avevano trascorso bei momenti insieme. Entrambe giovani, entrambe felici e spensierate senza il bisogno di negare l’una la natura dell’altra. Una simbiosi straordinaria che illuminava anche i momenti più bui. Ma i tempi stavano cambiando, la vita si faceva più complessa e i continui litigi iniziarono ad incrinare il loro rapporto. Le discussioni erano sempre più frequenti e sempre più accese. Ognuna faceva valere con estrema maestria le proprie ragioni e la prospettiva di trovare un compromesso sfumava ogni volta nell’aria.

La piccola voleva esplorare il mondo, leggere cento libri di seguito, disegnare e colorare su ogni superficie e chissà quante altre cose ancora. La donna voleva tenere stretta la sua indipendenza economica per godersi il presente senza pensare al domani con preoccupazione. La bambina voleva rischiare, provare a saltare i fossi, arrampicarsi sugli alberi, seguire il corso del fiume per vedere se davvero arrivava al mare. La donna sapeva che un osso rotto implicava ben altre scocciature, un ginocchio sbucciato bruciava sui vestiti aderenti e il mare lo si raggiungeva prima con la macchina, vedi? C’è la strada dritta decisamente più comoda.

Caddero un giorno nell’ormai consueto mutismo punitivo. Passarono giorni senza che le due si parlassero e, senza che se ne accorgessero, i giorni divennero mesi e i mesi anni. A un tratto, ciò che le rendeva simili non fu più sufficiente a minimizzare le diversità. Le crepe nel loro rapporto si trasformarono in voragini e, una da una parte e una dall’altra, si allontanarono definitivamente. Potevano scorgere a distanza le reciproche sagome, ma la lontananza impediva qualsiasi tipo di dialogo.

Trascorsero così un po’ di tempo, ognuna invecchiava in silenzio lontana dall’altra ma senza mai perdersi di vista. La donna poteva finalmente godersi il presente evitando inutili ed estenuanti battaglie. Non doveva più spiegare che la realtà sovrasta la fantasia, che i sogni sono belli ma il più delle volte non pagano. Nella quiete della sera coltivava i suoi interessi, difendendoli tanto dalla vita quanto dalle false promesse. Saltuariamente gettava l’occhio dall’altra parte del baratro e vedeva la bambina sempre nella stessa fastidiosa posa: braccia e gambe conserte e uno sguardo torvo da marinaio imbruttito. Non importa, pensava, crescerà e capirà da sola.

Ma capitò invece che la bambina non crebbe. Passarono gli anni e mentre la donna scendeva a patti con la vita la bambina rimaneva piccola e, se avesse potuto, sarebbe rimpicciolita ancora di più. Si capiva facilmente che la solitudine le pesava e vedere la compagna più vecchia indifferente alla sua assenza le faceva male. Sapeva di essere stata pesante, invadente, insistente e che più di una volta aveva superato il limite, ma lo aveva sempre fatto in buona fede. Tutto ciò che lei chiedeva, in realtà, lo voleva anche la donna. Lo sapeva con certezza perché ogni volta che era stata accontentata erano state entrambe felici, ma felici Veramente, con la V maiuscola.

Per la donna il tempo passava senza che ricordi venissero creati, senza curve di euforia o tristezza, senza lasciare traccia. I giorni, per quanto semplici e appaganti, si susseguivano anonimi uguali l’un l’altro. Ogni giorno portava con sé motivo di gioia, ma nessuno di essi brillava più degli altri. Non un’attesa, non un progetto, non un desiderio a dare colore alle stagioni. Era stata raggiunta la velocità di crociera, l’equilibrio statico, il bilanciamento perfetto che annulla ogni stimolo. Era forse questa la maturità? Il punto di arrivo che rende le persone prevedibili e quindi affidabili?

In una mattina grigia e impersonale, uguale a cento altre, la donna si soffermò ad osservare la sua immagine allo specchio. Non sorrideva, non si muoveva, era caduta nel vuoto del suo sguardo assente, artefice e vittima di una vita senza senso. Cercava qualcosa nei suoi occhi spenti, un indizio, una scintilla, una speranza.

– Ciao…

Una timida voce emerse dal silenzio. Comparve nello specchio la bambina.

– Ehi, ciao…

La piccola provò goffamente a mettere un braccio sulle spalle della donna in un atto di affettuosa sorellanza.

– A me piaci, anche se sei noiosa…

– Ma non si tratta di essere noiose o no, ti ostini a non sforzarti di capire, a un certo punto devi farti i conti in tasca e accettare che ci sono cose che puoi e cose che non puoi.

Lei stessa, afflitta e stanca, faticava a comprendere quello che diceva.

– Ah, e se bucassimo le tasche?

Senza sapere cosa ribattere la donna scoppiò a ridere scuotendo la testa. La bambina, che non pensava di aver fatto una battuta, imitò l’amica e incoraggiata dall’inaspettata allegria continuò.

– Dai stiamo ancora insieme? Andiamo a fare colazione?

– Ma no! Non voglio essere strapazzata a destra e sinistra o doverti trascinare per tutto il giorno. Capisco il tuo comportamento ma vorrei che tu provassi a capire il mio.

Si parlavano guardandosi attraverso il riflesso fino a quando la donna non vide che se stessa. Lì, infondo al suo sguardo, scorse qualcosa. Un’idea le balenò per un attimo in mente e riuscì ad afferrarla prima che svanisse.

– Senti qua, facciamo che ti porto sulle spalle? Puoi dirmi e chiedere tutto quello che vuoi, elencare tutte le stramberie che ti vengono in mente e suggerire risposte stupide a domande intelligenti. Ma io decido dove si va e quando e nessuna protesta è consentita.

Non ebbe risposta dalla compagna, ma iniziò a sentire un peso leggero e instabile sulle spalle. Si alzò in piedi con cautela per non farla cadere, abbozzò qualche passo per la casa testando il nuovo equilibrio e in tre tempi di valzer creò un nuovo baricentro. Certo, un peso da portare era senza dubbio scomodo, ma in quel momento sembrava l’unica soluzione per recuperare la loro intesa.

– Cosa stavamo facendo?

– Cercando un senso alla vita…

– Sai, ieri avevo perso il libro delle storie dei gatti sui tetti, quello che mi avevi comprato tu. L’ho cercato dappertutto ma è proprio sparito. Allora sai cos’ho fatto? Però non mi sgridare eh, sono andata sul tetto di quelli che hanno tanti gatti, alla fine della via chiusa dietro la palestra hai presente? Insomma, non era proprio come il mio libro, ma in fondo in fondo era meglio.

– Scusa ma cosa stai dicendo?

– Dico solo che non è detto che se perdi una cosa poi la trovi nei posti dove sei stata. Il senso poi, sembra una cosa gigante e noi viviamo in un posto troppo piccolo, secondo me non lo ritroverai mai qua. Non sapevo che avevi perso qualcosa mi dispiace che non ti ho aiutata a cercarlo.

– Come pensi di potermi aiutare a trovare il senso scusa? Sai almeno cosa vuol dire?

La bambina scartò una caramella che conservava in tasca e con lo zucchero ad appicciarle le guance rispose:

– No, ma tu come pensi di trovarlo se ti manca il coraggio di cercarlo?

C’era una volta una donna. Era ancora giovane e di bell’aspetto, ma camminava goffamente, come se stesse portando un peso invisibile nonostante tutto il suo bagaglio fosse un piccolo trolley. Un uomo incuriosito le si avvicinò e le chiese con gentilezza e accento straniero se stesse bene. Colta alla sprovvista, la donna si voltò di scatto e rispose:

– Tutto bene grazie, è solo il peso della leggerezza.

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